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La libertà di Dio e il problema del male

“La libertà di Dio. Sulla Teodicea di Rosmini” (Relazione del Prof. Biagio Muscherà)

La sofferenza abita le notti della storia (personale e/o collettiva), i luoghi di un’esperienza che si consegna alla parola come intraducibile. Ed è proprio per questo che essa si produce come scrittura. Scrittura nel suo senso più alto; scrittura nel suo più alto grado: è la (r)esistenza di un “resto”, non inglobabile, di un resto intraducibile che innesca l’evento scritturale che sarà sempre evento di un’impossibilità, irruzione di vuoto nel fluire di parole che non possono non risultare imprecise, avvizzite e cave. La potenza dell’indagine di Rosmini ‘precipita’ nei tre libri che compongono la Teodicea, mettendo in scena un evento di scrittura che pur prodotta e costruita in precisi contesti teologici e culturali, ma anche storico-politici, nasconde dentro di sé un potenziale generativo che la vede instauratrice di nuovi orizzonti, proprio a partire da uno sfrangimento dei margini semantici. Così nel balbettio di un linguaggio che stenta a precisarsi – che non può precisarsi -, emerge la questione del paradosso fra l’onnipotenza di Dio e la Sua bontà, della loro apparente (?) inconciliabilità. Su questo terreno la questione della libertà di Dio e del problema del male in Rosmini verrà messo in relazione con le suggestioni che provengono da diverse tradizioni di pensiero, da quella che potremmo da una parte far risalire a Böhme, e da Böhme a Luigi Pareyson attraverso Schelling, dall’altra con il pensiero tragico di Nietzsche e di Dostoevskij.

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