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Di Dio che viene dall’idea. Lèvinas e Rosmini, due prospettive a confronto

VIDEOCONVEGNO: “New Perspectives on the Ontological Argument” (Relazione del Prof. Biagio Muscherà)

È possibile parlare legittimante di Dio senza intaccare l’assolutezza che lo stesso termine evoca? Aver ‘preso coscienza’ di Dio non significa forse inglobarlo in un sapere che assimila, in una esperienza che si connota in un apprendere, in un afferrare? L’alterità assoluta risulterebbe allora riconsegnata, restituita all’immanenza, alla «totalità», che l’«io penso» dell’«appercezione trascendentale» abbraccia. Ciò che significa questo nome straordinario di Dio si troverebbe allora contraddetto da questa restituzione inevitabile fino a smentire la coerenza del suo significare assoluto, del suo significare sovrano; fino a ridurre questo stesso nome ad un puro flatus vocis. Ma che possiamo cercare di diverso dalla coscienza e dall’esperienza, di diverso dal sapere affinché accogliendo la novità dell’assoluto, quest’ultimo non si trovi spogliato dallo stesso nostro accogliere? Qual è questo pensiero altro dell’assoluto, che non possiamo ricondurre al «già conosciuto», compromettendone così il senso, imbrigliandolo in quella relazione fra pensiero ed essere che il pensiero inevitabilmente istaura? Sarebbe necessario un pensiero e/o un pensare che implichi una relazione senza correlativi – un pensiero non vincolato a quella rigorosa corrispondenza che Husserl aveva individuato fra noesi e noema – , un pensiero non costretto alle metafore di visione e di intenzione. Esigenza improbabile, impossibile, forse. Nondimeno a questa impossibilità, agli albori della modernità, ha fatto eco, secondo Lévinas, ciò che Cartesio chiamava idea dell’infinito in noi: pensiero pensante che deborda quello che la finitezza del Cogito riesce ad afferrare. Pensare Dio non si lascia ridurre in Cartesio ad una pura intenzionalità tematizzante, all’atto di coscienza di un soggetto. Si tratta di una idea che Dio – secondo il modo di esprimersi di Cartesio – avrebbe deposto in noi. Ora, per Lévinas Cartesio avrebbe scoperto la «posa in noi di un’idea non inglobabile», segno di una originaria passività del soggetto. Soggettività e oggettività vengono così garantite da un’istanza esterna: dall’indisponibile alterità dell’idea di Dio. L’idea di Dio, “deposta in noi”, non si costituisce per Lèvinas come una presa di possesso di Dio da parte del soggetto, ma piuttosto la testimonianza di un’apertura originaria del soggetto verso l’alterità assoluta e inaccessibile. Si tratta – per il pensatore lituano – di una passività che si situa all’origine dell’attività del soggetto in quanto soggetto responsabile. È in un tale ambito speculativo allora che la prospettiva lévinassiana può incontrare la prospettiva rosminiana. Anche l’idea dell’essere di Rosmini, infatti, non è colta concettualmente, ma intuita. L’idea dell’essere intuita testimonia della passività del soggetto. Tuttavia questa passività fonda la sua stessa attività conoscitiva. Incontro improbabile fra due prospettive lontane per non dire opposte, fra il filosofo dell’essere (Rosmini) e il filosofo dell’al di là dell’essere (Lévinas). Ma l’impossibilità di questo incontro segna anche l’impossibilità del tema: come pensare una soggettività passivamente attiva?

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