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Affermazioni significative sulla provvidenza in alcune lettere giovanili di Antonio Rosmini

“La libertà di Dio. Sulla Teodicea di Rosmini” (Relazione della Dr.ssa Stefania Zanardi)

Già nelle lettere giovanili, del periodo della scuola liceale con Pietro Orsi, Antonio Rosmini inizia a scrivere agli amici in termini di forte adesione ad una visione della Provvidenza che rivela un maturazione notevole nelle problematiche poi affrontate negli scritti di “teodicea”. La prima e la più significativa è la lettera indirizzata al chierico trentino Luigi Sonn, del 22 dicembre 1815, in cui egli delinea la funzione della Provvidenza: «L’allegrezza fu assai; ma toh! che essa non debbe essere intera, anzi smozzicata, e scema; perciocché trovo leggendo cose che m’affliggono e mi dan dolore anziché mi consolino e ricreino.[…] So che gli uomini possono danneggiar se stessi (permettendolo, non operandolo, Iddio) e possono nuocersi e ferirsi e rendersi miserabili più che non sono; ma di questo non penso io che sia addivenuto con voi, il quale amicissimo del Signor nostro e nostro caro amico, non dubito che solamente vogliate ed agognate quello che egli vuole e tutti i vostri desiderj di lui abbian sete e nessuna altra cosa appetiscano e li possan saziare; e però ogni vostro atto ed ogni vostra parola, ed ogni vostro pensiero sopra la sua volontà di sapienza e di verità piena sia modellato, e sia conforme a quello che egli vuole dagli uomini. E però essendo io certo che il male che vi sentite addosso da voi non pervenga, Dio poi sappia io altro non adoperar che il bene, nessuno altro avere sopra di voi possanza e forza nessuna; quale grandissima consolazione non mi resta nella leggittima conseguenza che da questo raziocinio se ne dee trarre cioè questo annuvolamento a cui vi pare d’essere attorniato altro non dover significare che alcuno di que’ giuochi e scherzi bellissimi della divina sapienza e provvidenza che come dice il Savio ludit in orbe terrarum? Oh altitudine delle ricchezze della sapienza e scienza d’Iddio! Questa chi conosce si trova sempre che la rimiri (per quanto può occhio mortale) pieno di meraviglia; maraviglia accompagnata d’amore, amore d’ogni dolcezza e soavità pieno; soavità celestiale; e la quale non solo fa essere allegri santamente, ma ben anco ogni asprezza di bontà divina fa veramente riconoscere e tener cara». Si tratta di un vero e proprio inno alla Provvidenza. Vale la pena di commentare accuratamente questa lettera. Richiami ad una concezione della Provvidenza simile a quella enunciata nel 1815 si trovano sparsi nelle lettere del periodo 1817-1819 e tra il 1820 ed il 1824.

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