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Libertà e bellezza. Modulazioni di una teodicea estetica da Leibniz a Schelling e Rosmini.

“La libertà di Dio. Sulla Teodicea di Rosmini” (Relazione del Prof. Markus Krienke)

Rosmini utilizza nella Teodicea spesso concetti estetici per dar espressione al suo tentativo di spiegare la ragione del male nonostante il presupposto della bontà divina. Questo motivo lo condivide con Schelling e si articola da un lato nel ragionamento metafisico che la realizzazione di una pluralità di enti deve necessariamente formare un ordine gerarchico di perfezione e che nell’armonia di tale ordine si esprime la bellezza. Soltanto la legge dei grandi numeri, in altre parole, soltanto lo sguardo divino capace a conoscere tutti gli aspetti singolari di questo disegno, è però in grado di riconoscerla, per cui allo sguardo umano la storia si presenta necessariamente attraverso gli aspetti del negativo, del brutto, della discordia, della lotta, dell’antagonismo. Allo stesso momento, Rosmini e Schelling superano i presupposti della fisicoteologia settecentesca che propone un disegno armonioso e finalistico del mondo e della storia, ma che con la Critica kantiana è stato definitivamente superato. Mentre con Schelling, Rosmini concepisce il male nella sua radicalità perché la sua possibilità fonda la libertà della scelta, contro Schelling egli non lo radica nell’assoluto divino, ma nella sua astensione, quindi nella radicale affermazione divina della libertà umana (e quindi della storia). Allo stesso momento indica così nella libertà di Dio il vero luogo della libertà umana – luogo a cui l’essere umano non può accedere per cui gli resta soltanto la bellezza come simbolo della suprema sintesi dell’antagonismo della storia. Si tratta quindi di una «finalità senza scopo», definizione della bellezza secondo la Critica del giudizio, che si risolve soltanto nell’esito filosofico-cristologico della Teodicea.

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